Non è semplice occuparsi di poesia, che è fra le massime espressioni del pensiero umano. Simonide di Iuli (556-467 a.C.) riteneva che la pittura è poesia silenziosa, la poesia è pittura che parla. A ben vedere infatti, se la prosa racconta e descrive, la poesia esprime con simboli quello che altrimenti non è esprimibile. Il simbolo (syn-ballo), accostando elementi tra loro distanti, è polisemico e rinvia, in ultima analisi, al sacro che, allo stesso tempo, svela e nasconde, parla del presente e nasconde l’assente. Il mondo contemporaneo ha per molto tempo liquidato il simbolo, considerandolo un tipo di linguaggio prelogico che deve cedere il passo al linguaggio scientifico, razionale. In realtà, il simbolo, per dirla con P. Ricoeur, «fa pensare» e induce il lettore a mettersi nei panni del poeta e a scoprire i contorni del suo universo linguistico.
La poesia di Santa Fizzarotti Selvaggi rispecchia il mistero del cuore umano, palpitante di sentimenti, emozioni, passioni, a volte anche contraddittori, ma capace di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana. Il discorso religioso che il poeta affronta è pienezza dell’esperienza umana; si traduce in grido e invocazione a Dio, il Solo capace di appagare i desideri del cuore. La raccolta Su ali di Fuoco, Trilogia del Desiderio, è appunto questo: preghiera in forma di poesia. Vi si percepisce il legame con il cielo, e in particolare con le stelle («desiderio» si compone della realtà delle stelle: siderei). L’essere umano è il solo che guarda con stupore a quella patria verso cui anela (desidera appunto) ritornare.
Su ali di Fuoco: l’A. si riferisce alle ali dello Spirito Santo, a quelle lingue di fuoco che nel cenacolo infusero un nuovo intelligere negli apostoli. Ricordiamo il racconto di Luca: «Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatté gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,1-4).
Lo Spirito permette agli apostoli impauriti, chiusi nel cenacolo, di comunicare in altre lingue. Si tratta di un intelligere del cuore (intus-legere), un nuovo e antico sentire, un nuovo patto di alleanza tra l’immanente e il trascendente; da quel momento, essi compresero tutte le lingue del mondo, riscoprirono in loro e negli altri gli stessi sentimenti e divennero capaci di dialogo. Non divennero ciechi come l’Apostolo delle genti sulla via di Damasco. In Saulo vibrano secondo l’A. quelle spinte persecutorie e negative che irridono al bene, ma che possiamo volgere in valori positivi. In una delle prefazioni del suo saggio, l’A. scrive: «La poesia si fa profezia: i poeti, gli artisti trasformano i sogni in musica, immagini, parole che assumono toni “profetici”. È come se fossero dotati di una “seconda vista”. D’altra parte, non è poesia la Sacra Scrittura? Un dono per l’umanità».
Le parti che compongono l’opera, come tre le virtù teologali nella vita dei cristiani, in relazione con la Santissima
Trinità. Senza queste tre virtù diviene difficile seguire la Via, la Verità, la Vita...
«La fede disseta l’anima mia», scrive l’A., ricordando evidentemente una delle sette parole della salvezza: sitio. L’anima del poeta ha sete di amore e tenerezza e dunque si affida a Dio, l’unico capace di dissetarla. Le parole del Salmo 42 (41), 2-3: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» descrivono bene la situazione sperimentata dal poeta. Ecco come si esprime: «La mia anima / Ferita / Nel tempo / Dei mandorli / Sboccia / Timorosa /A primavera / Quando la terra / Geme / Tra le doglie / Del parto / E le nuvole /Intrecciano / Danze di Pasqua». Ella attende la Pasqua, il passaggio dalle tenebre alla luce per sciogliere le catene del cuore.
G. Losito, collega della Fizzarotti, osserva in una sua postilla: «Il rituale pugliese del fuoco detto “fanova” è l’occasione per l’A. di svelarci un aspetto inedito del suo sé: “fiamme... che in me ardono bruciando e in ogni vena”». Indomita creatura. Sì, Santa è indomita e tenace, nel suo cuore arde la speranza che riempie la sua mente e sa che «Non perdere mai la speranza è una grande sapienza» (Aristide Gabelli).
Nella premessa alla seconda parte l’A. scrive: «Ogni essere vivente invero comunica, ogni stella ci parla, ogni fiore che tocchiamo ci tocca. Ma chi è l’invisibile giocatore, il nostro interlocutore di cui non possiamo fare a meno? Noi forse in fondo al cuore sappiamo chi è, ma riconoscerLo è molto difficile per il timore di smarrirsi in un Amore cosmico».
La speranza è che il giocatore divino dischiuda nuovi sentieri si presenta dentro di lei come password del futuro, afferma l’A. Un futuro che è accadimento di cose nuove. Di qui la chiave di lettura di quanto asserito: «L’unica fuggevole certezza, forse, è l’essere consapevoli che la gioia deriva dalla coscienza, dall’amore agapico». Questa è la speranza in una vista nuova. E al Signore, il solo capace di colmare i desideri del cuore, così si rivolge: «Io Ti rendo gloria / Per lo splendore / Delle stelle / Quei piccoli / Giocattoli / Sparsi / Nell’universo / Ti rendo gloria / Per la luna / Che cresce / E decresce / Come fanciulla / In attesa / Di nuovi cuori».
La terza parte della trilogia celebra la carità, cioè l’agàpe, l’amore cantato nel celebre inno alla carità di San Paolo (1 Cor 13,1-13). Vi traspare una tensione incompiuta: da un lato il poeta sperimenta nel suo cuore il fuoco dell’amore; dall’altro è consapevole che tale desiderio non sarà mai pienamente pago in questo mondo. Così si esprime: «Forse possiamo sentire se l’Altro vibra insieme a noi della stessa luce. Questo istante dona gioia e poi tutto diviene sempre variabile e relativo. Di noi rimarranno i pensieri che altri forse capteranno in un altro tempo, ma noi non ne avremo coscienza. Indossiamo spesso la maschera del falso sia in un labirinto di ipocrisia, per difesa o per orgoglio, sia, a volte, per paura e per timore. E così in un mondo dominato dalla ipocrisia difficile è sentire di esistere pienamente. Essere se stessi non è cosa facile e quando accade si tratta di un miracolo. Forse un dono dell’Eterno».
Riguardo all’amore inoltre scrive: «Non si può comprendere l’essenza dell’Amore perché ha radici misteriose che giungono da luoghi lontani nel tempo e nello spazio. Non se ne ha memoria esplicita ma dimora da sempre nel cuore. È una emozione: un mistero dei sensi, di tutti i sensi e in primo luogo quelli dello Spirito». E, non a caso, cita la preghiera di Sant’Ignazio: «Eterno Verbo. Unigenito Figlio di Dio. Insegnami, Ti prego, la vera magnanimità. Insegnami a servirTi come Tu meriti: a dare senza contare, a combattere senza preoccuparmi delle ferite, a lavorare senza cercar riposo, a sacrificarmi senza aspettare altra ricompensa che la coscienza di aver adempiuto la Tua santa volontà».
In questa terza parte l’A. si rivolge direttamente al Signore Dio, ora con amarezza e preoccupazione, ora con grande gioia.
Giustamente Losito annota: «Un dialogo un po’ amaro con Dio. Perché se nella giovinezza ci hai fatto intravvedere l’illusione dell’eternità, hai poi creato Sorella Morte?». L’A. ama la vita e ama guardare le stelle e tutto ciò che il Signore ha creato. Losito scrive che trattasi di: «Una preghiera ad una divinità che è padre e madre allo stesso tempo in accordo con le linee guida teologiche postconciliari e con le teorie del gender. Una vaga eco della “notte oscura” di San Giovanni della Croce».
Questa terza parte appare assai articolata perché tocca tutte le sfumature dell’amore. Ci piace concludere con la serie di domande dirette al Creatore con cui termina il suo libro: «Signore / Di tutti gli Universi / Possibili / Dei tempi / E degli spazi / Dei più minuscoli / Esseri / Dei giganti / E di ogni creatura / Visibile / E invisibile / Nella Tua / incommensurabile / Magnitudine / Sai raccontarmi / Della malvagità / Umana? / Della cupidigia / E della crudeltà /Dei potenti? / Della ignavia / E arrogante / Ignoranza / Di coloro / Che credono / Di essere / L’Intellighenzia / Del mondo? / Signore / Di tutti gli Universi / Possibili / Creatore / Dei gioielli / Del cielo E degli astri / Della terra / Dimmi: / Dove nasce / L’amore?» E sottoscriviamo quella considerazione espressa genialmente da Losito, collegando inizio ed epilogo del testo che presentiamo: «L’incipit consiste in un’abbondante elencazione di vizi capitali. Ma questi versi non vogliono essere un’invettiva. Sono, sull’esempio dei suoi colleghi Dante e Saffo, un inno al primato psichico dell’amore. “L’amor che tutto move...”».
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