Agli inizi dell’800, Lorenzo Giustiniani così descrive Noja sul dizionario dei luoghi del Regno di Napoli: “Il territorio è fertile in grano, mandorle, olio e in ogni domenica vi è mercato concorrendovi gli abitanti dei luoghi circonvicini.
Gli abitanti sono circa 5000 addetti all’agricoltura e al commercio delle loro derrate. Vi si coltiva pure la bambagia”.
Questa breve e puntuale descrizione è anteriore allo scoppio dell’epidemia del 1815-16 ed evidenzia la presenza di due classi sociali: gli addetti alla coltura dei campi e i commercianti di prodotti come l’olio, il cotone, il grano e frutta secca in genere. L’oggetto della nostra ricerca, le decorazioni nelle abitazioni private a Noicàttaro, deve tener conto di questo dato talché gran parte dell’arredo pittorico privato salvato alle ristrutturazioni è rintracciabile quasi sempre nelle case della borghesia commerciale.
Perché questo? La borghesia agraria, come afferma il Tagarelli, nel nostro centro era una classe “molto arretrata di fronte al grado stesso di civiltà raggiunto nell’800 nel regno di Napoli. Borghesia gretta, campagnola, mimetizzata con la terra e il bestiame, un po’ cocciuta, prepotente, boriosa, sordidamente avara. I pochi aristocratici erano nelle famiglie dei professionisti o dove permaneva il segno distintivo della secolare dignità ecclesiastica”.
Alcuni nomi di queste famiglie: Positano, Lamanna, Saponaro, Lagioia, Logroscino, Pende, Divella, Sturni, Guarnieri. Ma la descrizione pura e semplice delle pitture interne non ci darebbe conto del generale contesto urbanistico e sociale dell’epoca a cui si riferiscono.
È opportuno allora tentare una breve storia di quello che è stato lo sviluppo economico e urbanistico del nostro paese nell’800. In questo ci sorregge Vitangelo Morea, lo storico della peste: “La città si distingue in vecchia, detta terra; e in nuova o borghi. La prima parte è quasi di figura circolare: è cinta da fossato la cui metà, occupata dalle acque che provenivano dalle strade interne, fu appianata e trasformata in giardini dal sindaco Giuseppe Rubino nel 1812.
A levante si trova una gran piazza detta del mercato, con l’antica porta di Noja al cui fianco si erge il Palazzo dei Duchi Carafa e il Palazzo Montedoro. Da questa piazza partono varie strade: una che conduce alla chiesa con ospizio dell’antica confraternita denominata la Madonna della Lama; a levante quella che porta al convento degli ex Carmelitani; a scirocco quella chiamata delle fornaci che porta a Rutigliano e al borgo denominato S. Tommaso.
Le strade nella parte antica sono strette e fangose, quelle dei borghi sono più spaziose, ma non sono meno lorde. Le case fabbricate con pietra calcare o con tufo sono mal costruite. Vi è qualche palazzo. Nove sono le chiese, incluse quelle dei due conventi”. La descrizione del Morea relativa ai primi anni dell’800, abbastanza attendibile, non ci fa intuire nulla sulla presenza di decorazioni pittoriche nelle abitazioni private e nel Palazzo Ducale.
Qualcosa incomincia a cambiare dopo la peste. I Borboni emanano una serie di provvedimenti a favore della nostra cittadina decimata dal morbo: strade comunali, provinciali, la costruzione nel 1857 dell’ospedale civile, la proposta di trasformazione dell’ex convento Carmine in Municipio. L’impegno delle autorità politiche si evidenziò soprattutto nella codificazione, nel 1825, dei Nuovi Statuti Patrii del comune di Noja che presentano norme di igiene e di edilizia pubblica e privata. In questi nuovi regolamenti si affermava la necessità di una licenza per costruire, il rispetto degli allineamenti stradali, il divieto di costruire archi e di fare gradini oltre la linea della strada. Si raccomandava anche di chiudere le latrine urbane con basole di pietra, di vietare i depositi di letame davanti alle abitazioni e si obbligava ai proprietari dei trappeti di scaricare la morchia fuori della città.
Con l’unità d’Italia, dopo il 1860, accanto ad una indubbia rinascita economica e commerciale, si assiste a un rilancio dell’edilizia privata: alle sopraelevazioni e ristrutturazioni nelle strade di via Madre Chiesa, via Fornaci e Carmine si aggiungono i palazzi della piccola nuova borghesia commerciale sulla provinciale per Capurso fino al Palazzo Positano-Macario e la trasformazione del frantoio in via Carmine a Teatro Cittadino.
Molto attivi e richiesti furono in quest’opera di rinnovo dell’assetto urbano gli architetti rutiglianesi Francesco Paolo Nitti e Nicola Carelli ai quali si deve la sistemazione della Piazza, del vecchio Comune (ex convento carmelitano) e la sistemazione della Pezza. La ripresa delle costruzioni private nel nostro paese fu accentuata, dopo il 1880, anche dal progredire dei commerci conseguente all’arrivo delle due ferrovie del nostro territorio: la Sud-Est e la Ferrovia dello Stato.
Procedendo di pari passo all’aumento della popolazione che passava dai 7057 abitanti del 1881 ai 9388 del 1921 e all’incremento delle attività industriali legate alla trasformazione dei prodotti agricoli (grano cotone e olive). Gli ultimi decenni del secolo XIX videro realizzarsi progetti di grandi case private ad opera in prevalenza di tecnici ed ingegneri locali: Nicola Pagliarulo, Nicola Sciannameo, l’Ing. Logroscino e Angelo Cicciomessere.
In questi anni sulle facciate dei palazzi edificati in via Garibaldi, via Carmine e via Fornaci dalle più facoltose famiglie locali, legate soprattutto al ceto commerciale (Antonelli, Positano, Lamanna, Campobasso), si diffonde l’uso di decorazioni esterne come loggiati, cornici, cornicioni, paraste, ispirate a un ideale estetico di classicità e di ordine.
Queste famiglie avvertono anche la necessità, in linea con il gusto e lo stile dell’epoca, di arricchire le stanze, soprattutto il salotto e le sale da pranzo, di affreschi e di pitture murali curati da artigiani locali ma anche da pittori di grido nell’ambito provinciale. In questo generale clima di rinnovamento edilizio, sociale ed economico tra la fine dell’800 e i primi anni del Novecento, si inserisce la ricerca e l’analisi delle decorazioni interne delle case private appartenenti a famiglie “benestanti” del nostro paese.
La nostra ricerca oggi recepisce solo una parte di quello che fu un gusto dell’epoca perché, dai primi approcci fatti, vien fuori che buona parte di questo patrimonio di “piccola arte” è stata coperta da successivi rifacimenti o distrutta nelle ristrutturazioni edilizie dei palazzi.
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