Giuseppe Di Vagno (1889-1921) il primo parlamentare della storia d’Italia vittima della violenza politica. fu perseguitato fino alla morte dalla parte più rozza del fascismo. quella agraria, per indurre Mussolini a smentirsi con il ritiro dell’adesione al “patto di pacificazione". Il 25 settembre saranno cento anni da quell’assassinio e fioriscono le iniziative editoriali. L’ultima, in libreria solo da poche ore. è il volume del giornalista FuIvio Colucci intitolato Giuseppe Di Vagno. Martire socialista (pagg. 272.16 euro) pubblicato dalla casa editrice Radici Future per la collana I Formiconi diretta da Oscar Larussi e Pasquale Martino. Si arricchisce così, la letteratura intorno alla figura di Di Vagno e al travagliato periodo storico all’interno del quale il delitto matura e si consuma.
Fu lo storico socialista Gaetano Arfè - vent’anni fa. nell’ottantesimo anniversario della morte a incoraggiare la ripresa della ricerca su quel periodo segnalando che quella intorno alla vicenda Di Vagno resta tutt’ora una miniera non ancora del tutto esaurita. Grazie alla collaborazione di studiosi locali e quella di Simona Colarizi. che aveva teorizzato già negli anni 70. si è scoperto che con la vicenda Di Vagno non solo la protervia supera il confine che non aveva mai osato varcare prima (uccidere un parlamentare), ma che quell’evento era l’avvertimento più convincente a chi doveva capire che la pacificazione era solo un sogno trasferito su un pezzo di carta e non altro.
La Fondazione Di Vagno s'è incaricata di promuovere in questi vent’anni la memoria di Di Vagno. Un lavoro che si concretizzerà nel centenario, coniugando storia e memoria e con una visione, se possibile. ancor più larga. Lo scritto di Fulvio Colucci, già dalla scelta molto indovinata del titolo Giuseppe Di Vagno. Martire Socialista, interpreta il lavoro svolto e lo spirito del Centenario.
È molto di più di una biografia perché con segna un'inversione di rapporto tra dati personali e analisi storica. I primi, infatti, appaiono solo di contorno, come l'occasione per un'approfondita analisi storico-politici del tempo nel quale accadono quei fatti e del protagonista: a Conversano, la Città di Di Vagno dove tutto ha inizio: nel capoluogo pugliese dove il nostro fissa il centro della sua lotta politica; a Roma dove Di Vagno studia con grandi maestri e dove toma a soli 32 anni perché un larghissimo consenso di operai, braccianti e gente comune gli permetterà di rappresentarli in parlamento. Sarà Roma anche la città dove Giuseppe Di Vagno inaugurerà un percorso che sarebbe stato proficuo per i lavoratori rappresentati ma che verrà stroncato dalla barbarie che volle colpire due volte: la prima eliminando un avversario con il quale non avrebbe potuto esserci mai alcun compromesso. e la seconda con l'avvertimento finale e definitivo al resto della combriccola e cioè che il potere doveva passare nelle mani del fascismo, subito e a qualunque prezzo. Il libro di Fulvio Colucci descrive con efficacia tutto questo, molto altro. Intanto, con una ricerca molto puntigliosa tra gli articoli comparsi sui giornali del tempo, raccolti nel volume curato da Leuzzi e Lorusso (Giuseppe Di Vagno - Scritti e interventi 1920-1921. Camera dei Deputati 2007). interpretandoli con rigore storiografico ma soprattutto politico: Colucci racconta, infatti, con significativa aderenza alla realtà, il giolittismo al governo e l'opposizione irriducibile del giovane socialista e più in generale dei socialisti.
E poi il percorso di Di Vagno all'interno del suo partito, tra gli anni 1919/1920. con un’espulsione rientrata dopo qualche mese, frutto solo del settarismo ideologico dominante in quegli anni anche in casa socialista; e la narrazione dei vari processi agli autori del delitto rimasti nella sostanza impuniti: a conferma di quel che mette in evidenza chi di storia si occupa per professione e cioè che i veri conti con il fascismo e la sua caduta ancora oggi non sono mai stati fatti per intero. Il lavoro di Colucci si segnala anche per molte altre ragioni: non ultima l’analisi, anche questa molto puntuale, degli errori dei socialisti nell’affrontare tra il 1919 e 1921 il rapporto con le disastrose conseguenze della guerra, con il movimento salveminiano e in genere l’atteggiamento verso il governo. Il lavoro di Colucci. dunque, merita considerazione. per ragioni storiografiche innanzitutto; e poi perché interpreta bene lo spirito con il quale ci accostiamo a questo centenario, che fra qualche settimana prende il suo avvio.
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In quel 1908, anno spartiacque, Giuseppe Di Vagno sente ancor più crescere la domanda di terra e giustizia sociale che giunge dalle campagne e alla quale i latifondisti oppongono il muro del rifiuto di ogni possibile accordo. I "galantuomini”, i proprietari terrieri, a Conversano come nel resto della Puglia, reagiscono alle proteste sollecitando le forze dell’ordine a utilizzare metodi repressivi e facendo ricorso ai cosiddetti "mazzieri”, persone a loro legate e che agivano con violenza contro i braccianti specie in periodo elettorale.
Peppino Di Vagno si appassiona alla storia, ma negli anni della formazione, tra liceo e università, guarda alla cronaca e nei suoi occhi testano gli sguardi dei contadini in lotta, in Puglia come in tutto il sud, per ottenere migliori condizioni di vita. Nascono leghe e cooperative, il socialismo si diffonde, la reazione degli agrari è immediata e violenta.
Le analisi relative alle condizioni delle masse povere meridionali e alle lotte bracciantili trovano perfetta sintesi in un articolo pubblicato da Di Vagno nel 1914, alla vigilia della sua doppia elezione: in consiglio comunale, a Conversano, e all’assemblea provinciale di Bari. (...).
AI di là delle biografie, se vogliamo capire il profondo processo interiore che, nella prima gioventù, muove Peppino Di Vagno verso il socialismo, dobbiamo, ancora una volta, ricorrere a quella specie di alter ego rappresentato da Tommaso Fiore, amico e testimone della sua parabola. Esperienze comuni - il liceo di Conversano, la ribellione all’educazione religiosa - le abbiamo già intuite leggendo l’articolo Nascita di uomini democratici (cronache di un meridionalista) scritto nel 1952 per la rivista "Belfagor” (poi pubblicato anche in un libro per l'editore manduriano Piero Lacaita). L’articolo di Fiore è un’autobiografia, passa in rassegna i primi 50 anni del Novecento italiano dal punto di vista di un meridionalista democratico - socialista liberale, laico, federalista - con asciutta tensione giornalistica e un imperativo etico che rappresenta, per lo scrittore di Altamura, “responsabilità storica” degli intellettuali del Mezzogiorno: «non tradire».
Non tradire, Fiore scrive nella prefazione al libro Formiconi di Puglia. Vita e cultura in Puglia (1900-1945), «come si è fatto, non di rado, per lo passato... e c’è tutta una documentazione». Non tradire, e qui torna il commosso ricordo di Peppino Di Vagno che lo accompagnerà in numerosi scritti, a partire, per esempio, dalla prima lettera a Piero Gobetti inviata nel gennaio del 1925 e apparsa sulla rivista Rivoluzione liberale. Fiore annovera Di Vagno tra le vittime del fascismo e citandolo scrive che dinnanzi a lui «il nostro animo piega reverente le ginocchia». Di Vagno non è solo commosso ricordo. Il suo assassinio, negli scritti di Fiore, è l'evento terminale di una parabola e segna anche l’inizio della più aspra fase di opposizione al fascismo.
Nell’articolo del 1952 per la rivista “Belfagor”, l’intellettuale di Altamura trasforma la sua biografia in un lucidissimo reportage storico, riprendendo lo stile delle lettere a Gobetti e descrivendo, tra passato e presente, le condizioni economico-sociali del mondo agricolo, delle città, della classe media, della politica in Puglia, ravvisando l'assenza di quei profondi cambiamenti per i quali ha lottato e che continuano ad essere il cuore di una missione. La stessa della quale si senti investito Peppino Di Vagno. Ecco perché, attraverso le parole di Fiore, sembra di sentire Di Vagno.
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