La Fondazione "Giuseppe Di Vagno (1889-1921)" affonda le sue radici nel sentimento popolare diffuso legato alla memoria di Giuseppe Di Vagno, della sinistra e dei socialisti della terra di Bari e della Puglia. Dopo i timidi tentativi nell'imminenza del delitto, tutti repressi energicamente, di questo sentimento si riscontra la prima traccia documentale nel 1943-1944 attraverso l'Istituto Socialista di Cultura "Giuseppe Di Vagno" (con sede in Bari in Via Dante 84) che, «nell'iniziare ... la sua attività editoriale», curò la pubblicazione di uno scritto di Carlo Rosselli dal titolo Filippo Turati e Il Movimento Socialista Italiano, apparso in «Giustizia e Libertà» (numero del 3 giugno 1932): nella prefazione, Antonio Lucarelli descrisse «l'intima soddisfazione di ravvivare nella memoria dei compagni del Partito Socialista a cui mi onoro di appartenere da cinquant'anni e degli amici del Partito d'Azione, ai quali mi avvince tanta affinità di pensiero e di ricordi, la cara immagine del grande Maestro e del suo degno discepolo, cui sorride la corona del Martirio». C'è da credere, in verità, che l'Istituto Socialista di Cultura "Giuseppe Di Vagno", indicato e menzionato dall'«Avanti!» alla fine dell'anno 1943, sia stato luogo d'incontro e di scambio delle informazioni, dell'elaborazione delle direttive, dell'esternazione delle esperienze vissute da ciascuno, nel proprio comune o nel proprio quartiere, per i socialisti nella clandestinità. Dopo lungo periodo di silenzio la Fondazione rinasce negli anni `70 ed infine riprende le iniziative negli ultimi anni: non a caso. Di Vagno fu barbaramente ucciso nel settembre del 1921; Giuseppe Di Vittorio, che accorse dopo solo qualche ora nella notte al suo capezzale, quand'era ancora moribondo, descrisse su «Puglia Rossa» l'ondata d'emozione che attraversò il popolo di Conversano, di Bari, della Puglia, e delle decine di migliaia di compagni, di gente comune che sotto quel diluvio, che non riuscì a lavare l'onta di un delitto assurdo, affluirono al funerale. Per la celebrazione di un rito nel quale piuttosto che invocare vendetta «...pareva che da ogni parte si levasse il grido: non più sangue, non più stragi. Abbasso le armi!» come si legge nella dichiarazione pronunciata alla Camera il 24 novembre del 1921, in nome del gruppo di Democrazia sociale, dal deputato Raffaele Cotugno. I documenti, uno per tutti i soldati ed il cannone inviati dal Prefetto di Bari a Conversano per le onoranze del 2 novembre del 1921, documentati in una foto preziosa, ci raccontano quanto severa fosse la repressione della polizia fascista verso chiunque avesse osato promuovere pubbliche manifestazioni di celebrazione e ricordo. La tradizione orale ha trasmesso e fatto sapere a molti di noi che il popolo pugliese, quello di Conversano in particolare, aveva adottato la fotografia di Di Vagno tra quelle esposte nel salotto di casa alla venerazione della famiglia e degli amici: fra i santini che molti braccianti custodivano gelosamente ed accuratamente in un portafoglio, gonfio solo di carte, c'era anche l'immagine di Giuseppe Di Vagno. In pubblico, collettivamente, in mezzo alla gente dove ogni emozione si rielabora e si esalta, di Di Vagno non si poteva e non si doveva parlare. La sede di Bari del Comitato per le Onoranze e per il Monumento a Giuseppe Di Vagno fu saccheggiata, come denunciò Giacomo Matteotti nel puntiglioso e dettagliato studio pubblicato nel 1923, Un anno di dominazione Fascista, nel quale descrisse con straordinaria, analitica conoscenza gli atti di repressione e di violenza nel biennio d'avvio del regime: a Roma, nelle grandi città, come nei più sperduti ed isolati comuni del Mezzogiorno d'Italia. Numerose furono le lapidi che furono scolpite ed infisse sulle facciate degli edifici pubblici, qualcuna non senza contrasti, come a Barletta, non poche delle quali furono rimosse dal fanatismo fascista: ma sempre rimesse al loro posto, puntualmente, per volontà del popolo. Come avvenne in un tripudio di popolo a Locorotondo, un paesino di qualche migliaio d'anime, il 1' maggio del 1947; mentre il 31 ottobre del 1921, per lo scoprimento di quella lapide, la stazione dei Carabinieri fu rinforzata di ben 25 unità. Alla fine del ventennio fascista, nel corso del quale furono severamente repressi dalla polizia di regime lo sdegno, la passione ed il rimpianto, l'impegno diffuso per il riscatto, presero a vivere pubbliche manifestazioni e cortei e apparvero le rievocazioni della stampa che si avviava alla libertà. Riprese, così, vitalità la fase della celebrazione e della rievocazione; la figura del "Gigante Buono", colui che «da Uomo diventa Mito», come disse Di Vittorio sul suo cadavere ancora caldo, emerse in tutta compiutezza assieme alla militanza socialista, all'adesione senza riserve al riformismo del suo maestro, Filippo Turati; l'avversione all'estremismo massimalista e l'avversione al comunismo scissionista furono rievocate e documentate da tutti quelli che scrissero su di lui o parlarono di lui. Si arriverà al 1944 per avere notizia delle numerose piazze o strade cittadine, delle cooperative, delle sezioni di partito, dei circoli che ne adotteranno il nome come simbolo ideale di riferimento per la loro azione: come quell'Istituto Socialista di Cultura che prenderà il suo nome. In un'Italia ancora divisa, fra mille peripezie raggiunsero Bari per commemorare Di Vagno Sandro Pertini e Peppino Di Vittorio nel 1944; Alfredo Violante, Eugenio Laricchiuta, Antonio Bonito di Foggia e altri ancora pubblicarono saggi o scrissero sui giornali. Tommaso Fiore con il suo scritto del 18 aprile 1944, accanto al ricordo umano e struggente, inaugurò la fase dell'analisi storiografica. L'umanista di Altamura sin dal 1926 aveva indicato una delle principali motivazioni dell'oblio che aveva investito la figura di Di Vagno affermando: «di qui è quel giovine deputato socialista che tre anni fa fu ammazzato come un cane, in pieno giorno in una piazza, senza che l'opinione pubblica nazionale se ne commovesse gran che; cosa perfettamente logica in regime feudale». Fiore ebbe il merito, nell'immediato dopoguerra, di inquadrare tutta la vicenda nel clima di repressione e di odio dal quale il fascismo si fece sostenere per conquistare il Paese. Tesi, questa, che non convince del tutto Raffaele Colapietra, il quale paragonando Di Vagno, "spirito libertario", ad un qualsiasi "demanialista" del Seicento dinanzi alle soperchierie di "un qualunque conte Acquaviva" riduce l'episodio ad un contrasto tra faide paesane, ed individua il "prepotere locale" come presupposto per il delitto. Anche le ampie e puntuali ricerche di Simona Colarizi sulle origini del fascismo pugliese e sul clima di violenze che caratterizzò il primo dopoguerra non danno luogo ad una sistematica riflessione sul ruolo di Di Vagno (la sua popolarità era più forte di quella di Di Vittorio) all'interno dello scontro in atto tra contadini e proprietari e nell'ambito della crisi che aveva investito il Partito socialista. L'assassinio di Di Vagno veniva considerato «un incidente isolato». Sfuggiva all'indagine storiografica la peculiarità del socialismo riformista che a Bari, nel primo dopoguerra, si caratterizzò per le ricerche di Carlo Maranelli (un geografo profondo conoscitore della realtà economico-produttiva del Mezzogiorno che collaborò per diversi anni all'«Unità» di Salvemini) e di Antonio Lucarelli (storico meridionalista) che su «Quarto Stato» nel 1926, considerò improponibile nel Mezzogiorno il modello di socializzazione della terra attuato in Unione Sovietica. Il socialismo di Di Vagno scaturiva da una visione nuova dei rapporti tra la borghesia delle professioni e dei ceti produttivi con il movimento contadino. Il suo socialismo non era riconducibile ad una rigida visione di classe. Mario Dilio nel suo lavoro dei primi anni '70 ebbe il merito di discostarsi dalla tesi di Colapietra; in seguito amplieranno l'analisi e le argomentazioni prima Leo Valiani, nel 1971 e poi Vittore Fiore, nel 1977. Gaetano Arfé, nel 2001, ridefinisce storicamente la tragica avventura umana di Giuseppe Di Vagno, che nel 1921 Alfredo Violante definì «un cervello borghese in un'anima socialista» e ne collocò la figura nella storia del movimento socialista italiano come riformista turatiano e del delitto precisa che «... maturò nell'azione politica di Mussolini, intessuta di delitti, scientificamente qualificabili come tali, contro l'Italia, contro l'umanità... e che nessuna revisione può cancellare il fatto che il fascismo teorizzò e praticò la violenza quale strumento di lotta politica: Di Vagno morì di pistola, Matteotti ed i fratelli Rosselli di pugnale, Giovanni Amendola e, con lui, il prete don Minzoni di manganello... che il fascismo soppresse con appropriate leggi tutte le libertà... e dette vita ad una repubblica fantasma che armò i suoi uomini, italiani contro italiani». Oggi la ricerca storica, che tuttavia è ben lungi da potersi ritenere esaurita, dispone di punti di riferimento autorevoli, ben più delle sole intuizioni dei compagni di fede e di lotta di Di Vagno che negli anni si sono incaricati di mantenerne vivi il ricordo e la memoria. Per chiunque voglia meglio conoscere o proseguire gli studi e le ricerche, viene oggi offerta una raccolta ordinata dei materiali storicamente più significativi che è opera di Vito Antonio Leuzzi e di Guido Lorusso, direttore dell'Istituto Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea il primo e del Centro Regionale di Servizi Educativi e Culturali del Distretto BA/15 il secondo, i quali con rigore scientifico hanno lavorato nell'Archivio di Stato, nelle Biblioteche pubbliche, regionali e nazionali e dovunque è stato loro possibile incontrare una traccia (anche orale, attraverso l'ascolto di vecchi compagni) della milizia socialista di Di Vagno e dei tragici fatti che lo condussero alla fine, della situazione politica della città di Conversano, della terra di Bari e della Puglia. Il lavoro che oggi viene pubblicato, nella sostanza una puntuale e compiuta ricostruzione biografica e bibliografica ed una raccolta sistematica delle testimonianze su Di Vagno e degli atti più significativi dei due processi, si arricchirà e si completerà nei prossimi mesi con un secondo volume che raccoglierà e analizzerà tutti gli scritti e gli interventi di Di Vagno: una ricerca quest'ultima, seguita con grande meticolosità dal Lorusso. Di Vagno più che un intellettuale dedito alla ricerca teorica fu uomo d'azione che amava la piazza e sapeva parlare con i contadini ed i braccianti della Puglia: «non vi è piazza della nostra provincia - disse Laricchiuta nella rievocazione del 1944 - in cui non abbia superbamente echeggiato la sua voce; un vero facchinaggio oratorio; era soltanto lui che poteva soddisfare le nostre masse contadine». Poco tempo, dunque, per scrivere, anche se fino ad un certo punto, come vedremo; infatti scrisse e pubblicò non pochi articoli sui giornali dell'epoca sempre ricorrendo a pseudonimi: Enjolras, Basarow, Marco Polo della luna. La lettura di questi documenti servirà per completare la conoscenza dell'uomo, del socialista, del riformista; ma anche per comprendere, attraverso la sua voce, il clima politico all'interno del quale egli svolse la sua attività politica, sempre con assoluta coerenza. Quello stesso clima che si designò in tutti i suoi contorni nel corso dei successivi tre anni e che nella continuità dello stesso disegno portò all'altro sciagurato delitto di regime, quello di Giacomo Matteotti: fu così che il fascismo teorizzò e applicò l'uso della violenza come mezzo di lotta politica, fino all'eliminazione fisica dell'avversario. Matteotti come Di Vagno, l'oscuro Matteotti delle Puglie come lo ricordò Carlo Muscetta nel 1952 in una recensione ad Un popolo di formiche di Tommaso Fiore, alimentarono entrambi la stessa passione socialista, a contatto con la miseria degli stessi contadini e le prevaricazioni degli stessi agrari. Matteotti con quelli del Polesine, Di Vagno con i braccianti pugliesi "appurati" nelle piazze di Conversano o della Murgia, con la spina dorsale spezzata in due per le estenuanti giornate di fatica in compagnia della loro zappa e dei chilometri di strada da fare, a piedi, per andare e tornare dal lavoro. Vittime entrambi di ripetute ammonitrici aggressioni prima dell'epilogo: Di Vagno a Conversano, a Bari, a Noci; Matteotti lungo le strade desolate del suo Polesine, e non solo. Entrambi disturbati dopo la morte: le giovani vedove spesso insultate dai fanatici; le loro tombe oggetto d'attenzioni, certo non concilianti. Entrambi al centro di due processi conclusisi, per varie vie, con la sostanziale impunità degli autori. Queste e molte altre le ragioni per le quali gli studiosi italiani, con ricerche non influenzate dalla pur legittima passione di parte, individuano sempre più spesso un unico filo conduttore nei due delitti, smentendo coloro che nel tempo passato ritennero di circoscrivere il delitto Di Vagno in una dimensione tutta locale. Quasi che Dumini ed i complici che portarono alla morte Matteotti fossero diversi da coloro cui, l'uomo venuto dal Tavoliere (come da una ricerca che sarà presto pubblicata) armò la mano per volere di Benito Mussolini, lo stesso mandante materiale o morale. Matteotti infuocò il Parlamento con quel suo ultimo discorso alla Camera il 30 maggio 1924, che gli fece dire ai suoi compagni «preparate il mio funerale»; Di Vagno accese di passione socialista i contadini pugliesi con comizi ed assemblee, con scritti sempre firmati con pseudonimi sulla stampa, in modo da sfuggire alla repressione della polizia. Matteotti con il richiamato studio, Un anno di dominazione fascista, straordinario per la lucidità dell'analisi della situazione politica e della condizione economica del Paese e per la puntigliosa descrizione degli atti di repressione del fascismo in tutto il Paese; con l'elencazione minuziosa degli atti d'abuso del Governo nelle elezioni e nella mutilazione delle autonomie locali. Nel quale venne dato conto delle centinaia di comuni socialisti disciolti, e fra questi ben trenta solo in Puglia, con la ricorrente motivazione: «per fare con calma ed obiettività lo studio delle condizioni del Comune di ...è sembrato necessario eliminare l'attuale amministrazione elettiva, che del resto era in crisi»; con una meticolosa e diligente ricostruzione delle cronache dei fatti, fra i quali non poteva mancare il riferimento (testuale) a Bari; «dove i fascisti invadono la sede del Comitato pro-monumento a Giuseppe Di Vagno, imponendone lo scioglimento. Devastano (a Conversano) la Farmacia Panaro ed impongono la chiusura per dieci giorni delle botteghe di Pasquale Chiarappa, Giuseppe Gigante, Livio Gigante». «I numeri, i fatti, e i documenti raccolti in queste pagine - disse Matteotti nella premessa di questo scritto - dimostrano che mai tanto come nell'anno fascista l'arbitrio si è sostituito alla legge, lo Stato asservito alla fazione e divisa la Nazione in due ordini, dominatori e sudditi». Le uccisioni di Matteotti e Di Vagno, diverse nei modi d'esecuzione, ma identiche per finalità e mandanti, storicamente vanno dunque rivisitate assieme, mettendo in rete le ricerche storiche, per Matteotti, giustamente, molto più avanti. La Fondazione esprime il sincero ringraziamento alla Camera dei deputati, nella persona del suo Presidente Pier Ferdinando Casini. Raccogliendo l'invito a dare alle stampe prima l'insieme degli atti e dei documenti che riguardano la vicenda umana e poi gli scritti inediti di Giuseppe Di Vagno, essa ha dato ulteriore testimonianza della propria riconoscenza nei confronti del contributo di alto valore politico, umano, civile profuso dai suoi membri per assicurare democrazia al nostro Paese, libertà ai suoi cittadini. Per il sangue versato da Di Vagno e Matteotti per combattere la dittatura fascista. Perché la memoria, che spesso si è cercato addirittura di rimuovere, più che confinata nella leggenda o nella mitologia, alimentata ogni anno dai cortei o dalle celebrazioni di rito, possa rappresentare un permanente laboratorio di riflessione per le nuove generazioni. La memoria, che non appartiene a questa o a quella parte della travagliata storia del socialismo italiano, giacché la storia politica ed il sacrificio umano di Giuseppe Di Vagno sono parte integrante della lotta dell'intero movimento operaio meridionale ed italiano che sta da una parte sola: la sinistra, l'unica nella quale fu e dove è naturale che stia anche oggi. Una memoria, tuttavia, che non va relegata nei confini degli studi, ma che occorre tenere sempre viva nel presente, in un'epoca nella quale appaiono sempre più sopiti gli ideali e spente le passioni. Quando l'essenza di quella che un tempo era la lotta politica oggi assume vieppiù i connotati dello scontro tra gruppi e lobby per la difesa o la protezione d'interessi: che ha generato un impasto di consensi che va dai ricchi, cui si garantiscono meno tasse ed un occhio meno attento ai confini tra legalità ed illegalità, tra interesse privato ed interesse pubblico e collettivo, ai poveri nei quali è stata alimentata la speranza che un giorno anche loro potranno raggiungere quelle stesse vette di ricchezza, povera di ideali. La politica, che mai come nell'epoca contemporanea ha necessità di recuperare la sua tensione ideale, la capacità di sapersi richiamare ai principi, di non smarrire la demarcazione tra chi sta dalla parte dei bisognosi e chi dall'altra; di chi cerca la via per l'abbattimento delle barriere perché la società diventi più giusta, fatta di riconoscimento degli altri, d'intollerabilità alle disuguaglianze, d'accettazione delle diversità e di rifiuto di quelle contrarie alla dignità dell'uomo. Riscoprendo la lungimiranza per cui si sta in politica non per risolvere il quotidiano, ma per dare un senso al futuro. Un'operazione che non può prescindere da quello che ci viene dal passato, da coloro che hanno pagato con la loro vita per questi ideali: da Di Vagno a Matteotti, a Gramsci; da Amendola a Rosselli a Bruno Buozzi; ai martiri dell'età contemporanea, come Aldo Moro; a coloro che hanno speso una vita intera di privazioni, di sacrificio e di grandi coerenze, da Pertini a Saragat a Nenni, da Sturzo a De Gasperi a La Malfa, ai quali, assieme a tanti altri, si deve se la nostra democrazia è grande e ancora oggi, nonostante tutto, rispettata nel mondo. Ed alla quale le pagine che seguono, i documenti, le testimonianze hanno l'ambizione di assicurare un ulteriore, seppure modesto, contributo.
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