Stralci
vuoto

Presentazione: prof. Pasquale Locaputo

  
Stralci
Terza raccolta di poesie e dipinti

In un primo momento mi ha incuriosito, piacevolmente incuriosito la proposta di Donato Mancini di offrirsi al pubblico nella duplice veste dipittore e di poeta.
Poi la curiosità si è fatta più pungente, si è fatta assillo di capire la strana discordanza, la dissonanza che emergeva vieppiù netta tra la sua pittura e la stia poesia, Ho avvertito la necessità di cogliere e approfondire i flessi che pur devono legare insieme i due aspetti della stia creatività, la necessità di scioglierne il dualismo. 
A prima vista si ha la netta sensazione, infatti, che ì due registri espressivi sì allunghino paralleli, destinati a non incontrarsi mai. 
E la sensazione si è rafforzata puntualmente ogni volta che Mancini si è proposto, nel 2001 coli "Oscillazioni" (in cui già dal titolo traspariva una certa distanza tra i due poli all'interno dei quali l'autore afferma di "oscillare"), e nel 2002 con "... verrà A sereno". Gli stessi prefatori delle due raccolte ne avevano avuto sentore quando ponevano le tachicardie dell'anima distinte dalla dimensione elegiaca delle tele (Enzo Varricchio) o confessavano che pittura e poesia ( ... ) sì mostrano come espressioni diverse e parallele di una stessa anima (Guido Lorusso). 
La stessa sensazione trova chiara conferma anche in "Stralci", questa ultima stia pubblicazione, tanto da far concludere, anche se provvisoria me n te, che pittura e poesia sono due modi espressivi che restano invariabilmente giustapposti, fino a contrapporsi. 
Nelle poesie traspare un animo tormentato, inquieto nell'affannosa, tenace ricerca di un senso delle cose, della vita, un'attitudine alla riflessione, l'ostinata volontà di filtrare il tutto attraverso il vaglio di un'analisi raziocinante complessa e sostanzialmente fredda, senza quel lirico abbandono ai moti del cuore che dà al verso il fascino e il calore della confidenza, dell'appassionato racconto delle vicissitudini interiori La natura stessa, a volte, diventa metafora o puro divertimento intellettuale, perdendo gran parte del magico incanto dell'evocazione. 
La pittura, al contrario, riesce ad esprimere in maniera più esplicita, lineare e coerente proprio quello che vien meno a volte nella Poesia: l'abbandono trasognato alle vibrazioni del cuore; la stessa scelta della tecnica 'sabbiata' conferisce al segno la vaghezza del sogno, da cui sembra che i solari paesaggi mediterranei affiorino incontaminati e indefiniti e restino come sospesi tra il realismo calligrafico e le fluttuazioni della rimembranza. Un afflato lirico cattura l'animo e l'immaginazione e ci  avvolge in un alone indistinto e sfumato, che sembra ignorare le asprezze del reale e della vita. Lo stesso incantato silenzio che vibra in tutti i suoi paesaggi, la luce, soffusa e quasi assente, asseconda immediatamente il bisogno di evadere, almeno per un po' e di perdersi nei morbidi ambiti del sogno. Nessuna lacerazione, nessuna dissonanza che possa rinviare alla realtà o agli affanni, ma il placido fluire di segni e colori; non tormento, non crucci, ma l'approdo ad una dimensione, direi, metafisica, in cui il travaglio del quotidiano sembra sfumare finalmente pacato. 
Qual è il vero Mancini? 
Se l'arte è messaggio, comunicazione, una finestra aperta sulle vicende intime e vivaci del cuore, c'è da chiedersi dove Mancini esprime meglio il suo essere e la sua storia interiore, nel versi o nei segni? nella musicalità del ritmo e della parola oppure nel magico cromatismo tenue e sfumato dei suoi paesaggi? 
Una risposta, forse, potremmo cercarla con una lettura più lenta e meditata dei suoi versi. In essi non sarà difficile scoprire che quanto più rallenta quello ansioso rincorrere il 'senso' delle cose, quanto più la sua fantasia e il suo cuore si disincagliano dal ceppi del raziocinio, tanto più chiara e vivida si dispiega la sua vena poetica: la sua poesia allora si fa subito paesaggio, forma, colore; si fa ricordo e rimpianto; si attenua discreta in un sospiro di preghiera o sì fa dolente ansia di sogni e di infinito: ho fissato puntelli di sogno / per un ponte che porti lontano, si confida in "Sentiero dì luci". 
Leggiamo il breve componimento che l'Autore pone - forse non a caso - come apertura di "Stralci", un componimento che appare veramente emblematico, programmatico:
Donarsi oltre ogni limite,
non importa come,
fino a smarrir se stessi;
e vivere... per ritrovarsi ancora.
Vi si intravede l'impossibilità o l'incapacità di donarsi oltre ogni limite: atto che rimane una tormentata urgenza, un'ansia subito inibita per il sopraggiungere di un'opposta urgenza, del bisogno di ritrovarsi, della volontà di rimanere piantato nella vita, nel quotidiano, nella 'materialità'. Vi si legge come una paura di smarrir se stessi, paura del naufragio leopardiano (e naufragar m'è dolce in questo mare); il poeta avverte un qualcosa che lo trattiene al di qua del limite, che lo incatena al 'reale', al vivere Ed è la sua attitudine al raziocinio, alla riflessione; è l'irrompere dissolvente della ragione! 
Eppure sempre vivissima è in Mancini la voglia di abbandono e di evasione, il bisogno di annidarsi nell'ovattato mondo del sogno, che vediamo pienamente materializzato nella pittura. 
E questo 'oscillare' tra sogno e realtà, tra sentimento e ragione è forse la radice ultima della poesia e della pittura di Mancini, della stessa sua personalità umana, oltre che artistica. 
In "Messaggio d'inverno" la bella immagine delle speranze di uccelli in attesa di andare incarna la stia ansia di lasciare l'uggioso mattino, districarsi dalle scheletriche braccia di crudi ciliegi e di librarsi finalmente verso un nuovo chiarore, verso quella arcana città popolata di angeli di puro sentire, lontano dalle voci intrise di Terra e di caparbietà ("La città degli angeli"). 
E' la stessa ansia che ritroviamo in "Traguardo", il bisogno di farsi preda dei sogni / e lasciarsi finire con essi. Quianche la musicalità della parola accompagna e favorisce la vibrazione del cuore, il languido cullarsi nel sogno. Presto però subentra l'attitudine alla riflessione, la preoccupazione di tirarsi fuori da ogni cedimento emotivo, come il voler aprire gli occhi sulla realtà e liberarsi di ogni illusione: a furia di vivere / si incontra la vita / con la morte dentro: gli elementi emozionali e suggestivi 'vita-sogno' si raffreddano nell'antitesi 'vita-morte' che stempera e disperde lo slancio diquel farsi preda dei sogni iniziale. 
Come si vede, c'è, ricorrente in tutta la sua produzione, una oscillazione tra sogno e realtà, razionalità e sentimento, mentre la ragione continua ad essere avvertita come antitesi, come un ceppo che gli impedisce di librarsi* nelle rarefatte atmosfere del sogno: il mio cuore appartiene al miei sogni; / dì quel sogni farò la realtà. E quando la realtà si compenetra e si confonde col sogno, allora la natura stessa anche quella ostile si carica di significati e di suggestioni, come in "Vite parallele", in cui l'alba livida di pioggia diviene per antitesi amante di teneri pensieri e la stessa luce ancor grigia si fa cibo di sogni ricorrenti / che legano la vita alla speranza. 
Di qui nascono i momenti migliori della sua poesia, l'illimpidimento della sua vena più profonda e autentica. Si avranno allora il delicato, discreto fervore religioso di “Ti cerco, Signora”, di “Rendimi l'anima”, di “Ritorno a casa”; i teneri e silenti colloqui con le persone amate di “Non chiedere”, di “Parla”, di “Vorrei svegliarmi un giorno”; le vibranti evocazioni naturalistiche con i paesaggi sbozzati non tanto nel chiarore meridiano quanto piuttosto nelle incerte velature notturne, visioni che non si esauriscono nell'onda descrittiva del verso, ma si caricano di sentimento e rinviano a realtà 'altre'. come in “Gli astri del cielo” (in cui l'Autore 'sente' lo squarcio lontano di luce di un tramonto autunnale non più come elemento pittorico, ma come eco del sentire di un cuore / a mute speranze sospeso; così una chiara sera di stelle è da lui vista come un brillare di lacrime / sulla malinconia di un volto.
Nei momenti più alti il verso si colora della “fatica di vivere” e rincorre trepido i sofferti percorsi del cuore (“La paga”): allora l'Autore si confida, si svela, si denuda, impietosamente ma candidamente (“Tempo e pensiero”, “A difesa del cuore”, “Vita parallela”, “Solipsismo di mare”) e finalmente sente di poter acquietare le ansie in un approdo non lontano (“Attesa”), libero da quella angoscia che gli ha fatto dire: Temo la vita / che si sfila senza traccia (“Vita che va”).
Sa bene, infatti, che una traccia di sé egli comunque l'ha affidata proprio qui, nel momenti più puri della sua poesia e della sua pittura, in quel brandelli di vita divenuti reliquia al cuore e al pensiero, di cui parla in “Cena di fine anno”, il componimento che significativamente chiude e suggella questa raccolta: 
Ho divorato
in solitudine 
brandelli di vita 
per farne reliquie 
al cuore e al pensiero.

Prof. Pasquale Locaputo
Scheda bibliografica
vuoto
Autore Donato Mancini
Titolo Stralci
Editore ComunicaAzioni
Prezzo s.p.i.
data pub. maggio 2006
In vendita presso:
Donato Mancini
vuoto

Mostra posizione